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Un mese in Malawi: nel ‘caldo cuore dell’africa’

Partiamo tutti con “Un sogno sotto il baobab”, l’associazione che p. Vincenzo Troletti ha costituito con lo scopo di raccogliere fondi per sostenere il percorso scolastico di ragazzi malawaiani. Un grande sogno: borse di studio che Mons. Thomas, Vescovo di Zomba e referente sul posto usa per aiutare chi vorrebbe studiare e non ne ha i mezzi.

In 24 ore di tempo con il gruppo di volontari di Clusone ed alcuni amici calabresi arriviamo a Magomero, come catapultati in un altro mondo; obiettivo: la ricostruzione della casa parrocchiale, punto di riferimento per la comunità, lavori di imbiancatura e decorazioni dell’asilo, del centro vaccinazioni dell’ospedaletto rurale e aiuto nella costruzione dell’ambulatorio medico. (www.unsognosottoilbaobab.it e www.fondazioneclaratraviacassone.it)

Da subito hai l’impressione di incontrare una realtà completamente diversa, respiri emozioni dense di gioia e di stupore; ti prende la voglia irresistibile di fare qualcosa, di renderti utile, ma vieni anche preso dallo scoraggiamento e dal senso di impotenza di fronte alla povertà e alla fame che sono ovunque.

Vorresti fare, fare, fare! È il “difetto” di noi occidentali che facciamo fatica a capire che prima del fare, bisogna osservare ed entrare con cautela in questo mondo, camminando un pezzo di strada insieme, e riflettere sulla loro cultura e la loro storia.

Qui impari che non sono le ore che scandiscono il tempo, non esistono i ritmi frenetici della nostra società; tutto scorre lentamente con la luce del sole che ti accoglie al mattino, ti accompagna fino ai colori degli splendidi tramonti e ti saluta per farti entrare nella notte buia (che sopraggiunge alle sei di sera!) tappezzata da stelle.

Vedi gente che cammina ovunque al lato della strada; percorrono l’unica via asfaltata e si addentrano nelle strade sterrate che conducono ai villaggi. Ti chiedi ‘dove vanno tutti questi uomini, donne, bambini’? ‘Da quanto sono in cammino’?

La loro giornata è risposta ai bisogni primari di sopravvivenza: andare al pozzo a prendere acqua, andare a lavorare la terra, andare a raccogliere legna per cucinare e scaldarsi (visto che lì ad agosto è inverno), vendere sulle strade quattro pomodori o una canna da zucchero o raggiungere il mercato, ma anche incontrarsi per far festa e danzare!

Donne con i figli sul dorso e pesanti secchi in testa tornano dal pozzo distante anche km; le incontri ogni giorno, a piedi scalzi, cariche di pesi enormi, ondeggiano, ti sorridono e ti salutano con un cordiale inchino: ‘Moni, muli bwanji?’ ‘Ciao, come stai!’

Incontri un’infinità di bambini curiosi che con i loro occhioni profondi a volte malinconici ti guardano, aspettano di giocare con te e di darti la mano. Passando con la nostra automobile sbucano da ogni parte e sventolano le mani per salutarti urlando ‘azunguuuu!’ I bianchiii!!!

E come descrivere la loro gioia e gratitudine per aver avuto in dono un vestito, un paio di scarpe o una maglietta per noi di tanto poco valore? Sicuramente abbiamo ricevuto più noi nel portare pacchetti di panni alle neomamme dell’ospedale che loro, così umili con quell’atteggiamento di rispetto nel dimostrarci la loro gratitudine.

Anche David, il ‘nostro uomo’ che ci ha affiancato nei diversi lavori, ha voluto accoglierci alla sua capanna per farci conoscere la sua numerosa famiglia. Eravamo lì, all’aperto, seduti su una stuoia, a guardarci colmi di gioia, inutili le parole. ‘Zikomo!’ Grazie!

In Africa, la casa è la capanna: un tetto di paglia o per i più fortunati di lamiera, che poggia su precarie pareti di fango o di mattoni cotti in modo rudimentale. La vita si svolge lì: dentro si dorme su una stuoia e fuori si accende il focolare per cucinare quei pochi prodotti che la terra ha offerto. Non c’è acqua, non c’è luce. Che smacco per noi abituati a scartare perché non ci piace o perché la pancia è troppo piena… che smacco vedere i nostri “rifiuti” diventare per loro oggetti preziosi: bottiglie di plastica, vasetti e bottiglie di vetro, lattine …

Non siamo rimasti indifferenti neanche di fronte al loro senso di condivisione e di rispetto per l’ospite. Il giorno dell’inaugurazione della casa parrocchiale abbiamo percepito attorno a noi un grande desiderio di stare insieme, di pranzare insieme condividendo la tavola.

Anche il loro modo di vivere la fede ci ha toccato: la danza rispettosa e delicata attorno all’altare, i canti danzati e ritmati che hanno accompagnato per ore le S.messe, le offerte (anche minime) portate all’altare da ciascuna persona, i doni consegnati al vescovo al termine di ogni celebrazione di cresime (uova, verdure, galline, capre, persino bottiglie vuote di vetro!..) …sono immagini che ci hanno fatto riflettere e scoprire un senso del pregare vivo, in unità!

Il ricordo più vivo al nostro ritorno? il giorno dell’inaugurazione di un pozzo che alcuni italiani avevano finanziato. Eravamo là seduti a presenziare, in un campo deserto, accolti dal canto di un gruppo di donne ‘chimwemwe chimwemwe, talandira alendo’… ‘gioia gioia, benvenuti ai nostri ospiti …”  e ad ascoltare i loro ringraziamenti. Che lezione di vita e di fraternità. I capi villaggio insieme di fronte al vescovo con parole semplici e ferme hanno affermato la loro unità al di là della differenza di essere musulmani o cristiani, insieme lavorano per migliorare la vita nei loro villaggi. Hanno ringraziato per il pozzo sottolineando l’importanza dell’ acqua, vita per una comunità ma unanimi hanno chiesto con dignità di poter avere una scuola per i bambini. La scuola più vicina è a circa 20km!

Con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola, ci siamo promessi che uno dei prossimi progetti sarà questo: la costruzione di una scuola. Non si può essere indifferenti al diritto che ogni bambino, protagonista del domani, ha di istruirsi!

Concludiamo con alcuni meravigliosi scatti che la natura del Malawi ci ha regalato: paesaggi dominati dal marrone della terra e della polvere, dal verde degli alberi di papaya e di mango, dai colori dei tramonti che, con le loro tonalità intense del rosa rosso arancione, fanno da sfondo ai baobab e ai villaggi.

Grazie Africa per averci provocato.

Grazie Padre Vincenzo per averci parlato e aiutato a entrare di più nella realtà africana.

Grazie Vescovo Thomas per il grande cuore che ci hai dimostrato!

Germana e Ilenia

   

 

 

 

 

 

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